Nuovo articolo di Mauro Biglino: Il nome di Yahwèh

Fonte: www.bibbia-alieni.it

Il nome di Yahwèh

Se noi accettiamo l’idea che Yahwèh era uno dei tanti Elohìm non possiamo esimerci dall’esaminare il nome con il quale questoElohìm ha detto a Mosè di voler essere chiamato, quel nome che è stato definito: il nome per eccellenza, il nome grande, il solo nome, il nome glorioso e terribile, il nome nascosto e misterioso…

Mosè fa da portavoce tra questo Signore ed il popolo e, non considerandolo ‘Dio’nel senso religioso de termine, avverte il bisogno di sapere chi è; deve conoscere il suo nome per poterlo a sua volta comunicare a coloro che dovranno seguirlo.

Alla richiesta l’Elohìm risponde: “YHWH questo (è) il mio nome”.

Dobbiamo quindi pensare che il suo nome è formato dalle quattro lettere YHWH,ma non possiamo non chiederci in quale lingua venne pronunciato quel suono perché sappiamo che al tempo di Mosèla lingua ebraica non esisteva.

Che lingua parlavano lui e le genti che lo hanno seguito fuori dall’Egitto?

Da secoli le famiglie cui appartenevano quelle persone erano stanziali in Egitto e che lingua potevano parlare se non una qualche forma di egiziano del tempo?

Nella migliore delle ipotesi potevano parlare una qualche forma di amorreo, molto diffuso al tempo, o di aramaico che si stava lentamente affermando.

Ma abbiamo forti dubbi e tutto fa propendere per l’egiziano.

Siamo dunque di fronte ad un tetragramma che nella Bibbia è stato scritto diversi secoli dopo che è stato pronunciato ed è stato riportato con le consonanti di una lingua che, quando è stato pronunciato, non esisteva ancora.

È quindi una invenzione originale degli Ebrei?

È un prodotto della fantasia monoteista della classe sacerdotale gerosolimitana?

Possiamo con certezza rispondere di no.

La conoscenza del tetragramma infatti, indipendentemente dalla sua formulazione espressa di fronte a Mosè, è documentata anche da fonti extrabibliche.

Nell’antico territorio corrispondente agli attuali Libano e Siria, prima della comparsa degli ebrei in Palestina si era sviluppata una civiltà conosciuta come culturaugaritica, dal nome della città di Ugarit, il suo più importante centro urbano corrispondente all’attuale Ras Shamra, sul Mediterraneo.

A questa civiltà appartengono degli ostraka, ciotoli di ceramica contenenti scritture beneauguranti ritrovati dagli archeologi.

In alcuni di essi ci si rivolge a dei viaggiatori che si accingevano a scendere verso sud e ai quali viene detto: «Vi possano accompagnare Yahwèh del Temàn e la suaAsheràh».

In queste scritte apparentemente banali ci sono in realtà due indicazioni sorprendenti.

Innanzitutto, la cultura ugaritica conosceva Yahwèh come ‘signore del Temàn’, termine che in lingua semitica indica il sud, ed è noto che Israele e il Sinai si trovano a sud rispetto al Libano e alla Siria.

Ci troviamo quindi nel territorio in cui Mosè incontra il suo Elohìm e i viaggiatori che vi si recavano venivano affidati alla protezione di quel ‘Signore’ che lo governava.

Ma si dice anche che l’Elohìm chiamato Yahwèh aveva una Asheràh, cioè una compagna.

L’archeologia e la paleografia ci hanno anche dato modo ci verificare che il nomeYahwèh era presente nel territorio posto a sud della Palestina (Negev e Sinai) sino dal III° e II° millennio a.C.: era dunque un governatore (Dio?) localmente conosciuto e adorato in quelle aree, uno dei tanti.

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