Origini del linguaggio orale e della schiavizzazione del genere femminile (3 p.) – di Claudio Messori

Fonte:spaziomente.wordpress.com

Parte Terza

Da quando, come e perchè si è sviluppato il linguaggio orale e da quando, come e perchè il genere femminile è stato sottomesso da quello maschile.

 Questa immagine dell’OUROBOROS è tratta dal testo alchemico egizio-ellenistico risalente a c. 4000 AF intitolato la Chrysopoeia di Cleopatra (l’alchimista). L’iscrizione all’interno dell’ouroboros dice: Tutto è Uno – Uno è il Tutto. Questo serpente (conflitto psichico tra femminile e maschile) è forse l’unico ouroboros per metà bianco (maschile) e metà nero (femminile). L’analogia con le forze opposte e complementari del noto simbolo taoista dello YIN-YAN è evidente. Sulla base dei reperti paleoarcheologici sino ad oggi rinvenuti (datati tra 20.000 e 700.000 anni fa), manufatti ricavati dalla lavorazione della pietra e dell’osso ispirati all’uso paleoapotropaico della raffigurazione della genitrice-nutrice femminile e dei suoi attributi anatomici “vitali” capezzoli-vulva-seno (dai petroglifi o incisioni su pietra di Bhimbetka, India, datati tra 290.000 e 700.000 Anni Fa, Paleolitico Medio- Inferiore, che sembrano alludere ad una sintesi tra l’impronta cava di un capezzolo e gli orifizi dei dotti mammari; alla Venere di Tan Tan, Marocco, datata tra 300.000 e 500.000 AF, Paleolitico Medio-Inferiore; alla Venere di Berekhat Ram, Israele, datata tra 230.000 e 500.000 AF, Paleolitico Medio-Inferiore; agli abbondanti ritrovamenti di statuette esclusivamente femminili risalenti al tardo Paleolitico, tra cui: la Venere di Hohle Fels di circa 35.000-40.000 AF; la Venere in osso di Kostenky c. 30.000 AF; la Venere di Montpazier c. 30.000 AF; la Venere di Dolni Vestonice c. 24.000-26,000 AF; la Venere di Willendorf c. 25.000 AF; la Venere di Savignano c. 25.000 AF; la Venere di Moravany c. 22.000-24.000 AF; la Venere in pietra calcarea di Kostenky c. 21.000-23.000 AF; la Venere di Laussel c. 20.000-23.000 AF; la Venere di Brassempouy c. 23.000 AF; la Venere di Lespugue c. 23.000 AF; la Venere di Garagino c. 22.000 AF; la Venere di Malta c. 21.000 AF), e in base alla ricostruzione dei flussi migratori umani intercorsi durante il Paleolotico Inferiore-Medio e Superiore (una serie di asce in pietra, quarzo, rinvenute a Creta e datate tra 130.000 e 800.000 AF attestano che già a decorrere dal Paleolitico Inferiore-Medio forse Homo erectus e di certo Homo Heidelbergensis costruiva imbarcazioni rudimentali per la navigazione in mare aperto), possiamo affermare con ragionevole certezza che l’essere umano diviene a tutti gli effetti un animale culturale solo molto tardivamente nella storia dell’umanità, approssimativamente intorno ai 60.000 AF (tardo Paleolitico). Al fine di fare cultura, infatti, non è sufficiente ricorrere ad abilità ideative e manuali per far fronte alla pressione ambientale o per ricercare e colonizzare nuove nicchie ecologiche, così come non è sufficiente fare uso di modalità espressive anche peculiari come la lavorazione paleolitica della pietra.

 Il requisito essenziale per fare cultura è dato dal riconoscersi come individualità distinte dal proprio ambiente, e questa nascita psicologica è un evento giunto a maturazione solo verso la fine del Paleolitico, con Homo Sapiens. Dopo un lungo processo di individuazione psico-bio-logica iniziato almeno 1.200.000 anni prima con Homo Abilis e interamente speso per l’assolvimento delle esigenze legate alla sopravvivenza e alla cura della prole, in Homo Sapiens (e quindi da circa 200.000 AF in avanti) il territorio psichico umano da indifferenziato quale era si scopre sempre più differenziato dalla sedimentazione di un complesso psichico relativamente autonomo e indipendente che chiamiamo funzione epigenetica del reale (pre-razionale e pre-verbale).

 Le fasi di questo processo di individuazione psico-bio-logico possono essere ricapitolate nel modo seguente. A fronte di esigenze pratiche legate alla sopravvivenza, riproduzione e allattamento, oltre che in ragione di una età media inferiore ai trent’anni e di un elevato tasso di mortalità infantile e femminile post-partum, durante il lungo periodo di tempo pre-culturale il procacciamento del cibo dovette essere una attività quasi esclusivamente maschile, mentre la cura della prole dovette essere una attività quasi esclusivamente femminile. In queste condizioni di assoluta precarietà, le strategie adattive sulle quali la nostra specie animale potè contare furono rigorosamente quelle prescritte dalle tendenze e dalle possibilità filogeneticamente ereditate, prime fra tutte quelle legate alla facoltà psico-percettiva e al modulo comportamentale imitativo. Nell’incontro con la pressione ambientale, in un arco di tempo di ben oltre un milione di anni, l’esercizio di queste tendenze e possibilità formarono capacità e competenze adattive destinate al superamento della stereotipia comportamentale.

 Le tendenze e le possibilità filogeneticamente ereditate dalla linea zoologica umana sono di due tipi: 1) tendenze e possibilità relazionali e dinamiche legate a funzioni di mediazione (ruolo svolto dalla attività genica e dalla attività sensoriale e psico-percettiva) tra le esigenze di ordine energetico (localizzazione-autorinnovamento) e le esigenze di ordine biologico (individuazione-autotrascendenza); 2) tendenze e possibilità relazionali e dinamiche legate a funzioni di interfacciamento tra la dimensione quantistica e la dimensione relativistica (ruolo svolto dal nucleo catalitico cellulare – microtubuli -, dalla attività neuroelettrochimica e dalla attività psico-percettiva).

 La prescrizione e l’assegnazione filogenetica di tendenze e possibilità relazionali e di dinamiche centrate sul ruolo svolto dalla attività psico-percettiva e dal modulo comportamentale imitativo orienta la nostra specie verso una crescente centralità del processo di individuazione (psico-bio-logico), nella cui elaborazione sedimenta, sotto forma di coscienza, una nuova e peculiare linea di strategie adattive e sovradattive basate sulla attività immaginifica e relativamente distinta da essa: la funzione epigenetica del reale (pre-razionale e pre-verbale). L’imaginifico (termine introdotto da Anton Maria Salvini, 1653-1729), dal greco eidolopoios o idolopeo, che produce immagini (gli oggetti fisici privi di massa che assegnamo alla dimensione relativistica), è la matrice filogenetica (quantistico-relativistica) che continua e continuerà a nutrire la vita psichica dell’umanità, è il territorio originario e distintivo del processo di individuazione psico-bio-logico della specie umana, è il non-luogo e il non-tempo della produzione di immagini psico-percettive e della eccedenza di senso, che per migliaia di generazioni, molto prima di trasformarsi in materiale psichico inconscio e conscio, in simboli e in significati, dominò incontrastato sulle dinamiche della vita relazionale degli individui e delle comunità umane. Con la costituzione di quel complesso psichico relativamente autonomo e indipendente che chiamiamo funzione epigenetica del reale (pre-razionale e pre-verbale) il mondo cessa di essere solo vissuto per essere anche interpretato. Psicologicamente la possibilità di interpretare il mondo equivale ad uscire fuori da una relazione di continuità con l’ambiente esterno e interno (psichico) per proiettarsi nell’al-di-là, in un tempo e in uno spazio fatti a misura della interpretazione del mondo e di sé. Nel fare un Io distinto da un Altro dall’Io il mondo viene così scisso in un soggetto-Io che osserva e un oggetto-Altro dall’Io che viene osservato, in una tesi e una antitesi. La dicotomia soggetto-oggetto è la fonte primigenia delle antinomie, ovvero delle coppie di contrari che rimandano ad una relazione polare (tensione psichica) tra una tesi (ciò che posso vedere) e una antitesi (ciò che non posso vedere). Da quando gli esseri umani iniziarono a pensare e a sentire il mondo in termini di soggetto e oggetto (e cioè da circa 60.000 AF in avanti), distinguendo se stessi dalla Natura (funzione epigenetica del reale=coscienza) e cessando di identificarsi con essa , le comunità umane svilupparono anche l’abilità del fare cultura. Recando in sè la possibilità di scegliere a quale spazio e a quale tempo attenersi, l’esercizio della coscienza (funzione epigenetica del reale) feconda il mondo dando vita a nuovi mondi, e feconda l’individuo dando vita a nuovi individui. Infatti, porsi di fronte alla natura conoscendosi ANCHE come distinti da essa corrisponde a nascere una seconda volta, cioè a ri-nascere. Il motivo della rinascita permea di sè tutte le culture umane e si autoalimentò, sistematizzandosi (in-formandosi), nella nascente (tra 60.000 e 20.000 AF) produzione linguistica (per uso rituale e supportata dal canto sillabico delle sciamane) e nel neonato pensiero fonemico (pre-verbale).

 Filogeneticamente gli organi e gli apparati che partecipano alla fonazione sono nati tutti per scopi diversi dalla vocalizzazione o dal canto. Nel corso dell’evoluzione gli organi della produzione del fiato si sono costituiti per approvvigionare i polmoni di aria; la laringe è comparsa nei Mammiferi come saracinesca fra il mantice e l’ambiente esterno; il condotto vocale corrisponde alla prima parte del canale alimentare; gli organi dell’articolazione della parola hanno come funzione primaria quella di masticare; le cavità di risonanza nasale corrispondono alle prime vie respiratorie mentre il velo palatino ha il compito principale di impedirvi il riflusso del cibo. La fortuna della laringe umana come organo della parola e del canto dipende dal fatto di trovarsi in fondo a un tubo di risonanza, variabile per lunghezza, forma e volume: la prima parte del canale alimentare. Le labbra, infatti, senza un risonatore adatto a modulare i suoni possono produrre soltanto pernacchie. Con il passaggio dal quadrupedismo alla stazione eretta il canale vocale si è piegato ad angolo retto dividendosi in due grandi cavità di risonanza: la bocca e la gola. Se le manovre di labbra e lingua messe in atto dal neonato per poppare vengono effettuate durante l’emissione della voce, le cavità di risonanza ne risultano modificate e i suoni che le attraversano subiscono modulazioni così accentuate da poter essere usati come segnali di comunicazione nel linguaggio. Quando a questa capacità del condotto vocale si somma l’attitudine della laringe a produrre note nell’ambito di almeno due ottave, l’essere umano si trova in gola, pronto all’uso, lo strumento musicale più flessibile ed espressivo di quanto la sua tecnica mai riuscirà a produrre. Queste condizioni consentono all’uomo la produzione spontanea e senza sforzo di suoni distinti e costanti. Basta, infatti, per esempio, spingere in avanti o retrarre completamente la lingua durante l’emissione di un suono per ottenere, anche senza volerlo, una I e una U. A questo riguardo il comportamento delle corde vocali non è dissimile da quello delle labbra che, benché formatesi per succhiare il latte e trattenere i liquidi , sotto una pressione di fiato adeguata possono di volta in volta produrre pernacchie o suonare uno strumento a fiato. La voce percorre il canale vocale, e questo che nella faringe ed in bocca si allarga nelle due ampie cavità di risonanza bocca-gola ne amplifica regioni di frequenza diversa a seconda dell’ampiezza e della forma che il comportamento articolatorio impone loro di volta in volta. Le vocali non sono altro che modulazioni timbriche del suono glottideo generato dalla laringe, mentre le consonanti sono costituite principalmente da modulazioni transitorie delle vocali, ottenute con variazioni ulteriori e di brevissima durata, nella forma del canale vocale, date dalle occlusioni articolatorie. Affinché un sistema di segnali possa essere usato come codice in modo economico occorre innanzitutto che questi (i segnali) siano distinti ed invariabili. Occorre cioè che, come si richiede ai segni vocali, essi siano dotati di stabilità acustica. I segnali vocalici emessi dall’uomo soddisfano a questa esigenza e si dividono in due suoni vocalici fondamentali, la U (suono chiuso, espirato) e la E (suono aperto, aspirato), e tre suoni vocalici sussidiari, la A, la I e la O (suoni neutri, respirati). Il linguaggio orale umano poggia sulla articolazione e modulazione glottidea di tre triplette di suoni vocalici U,E,A/U,E,I/U,E,O, sommati alle occlusioni consonantiche ottenute con gli atteggiamenti articolatori. Il cantato di queste vocalizzazioni è conosciuto come canto armonico o throat singing, il canto apotropaico degli sciamani.

 Nei mammiferi umani gli archetipi psicologici dell’immaginifico assegnano una valenza femminile a ciò che è introflesso (con-cavo, centripeto) ed una valenza maschile a ciò che è estroflesso (con-vesso, centrifugo). Ai fini dell’atto riproduttivo il genere femminile e il genere maschile formano i due fattori fondamentali dalla cui compenetrazione scaturisce la relazione-unione che genera la vita, secondo lo schema: la concavità accoglie la convessità / la convessità penetra la concavità; il femminile accoglie la relazione (genitrice) / il maschile la feconda; nel femminile prevale la forza dell’accogliere / nel maschile prevale la forza dell’agire. L’importanza di queste associazioni archetipiche sul divenire delle dinamiche comportamentali umane è cruciale sin dagli albori della nostra specie. Tra la fine del Paleolitico e la fine del Neolitico (tra circa 30.000 e 10.000 AF, passaggio dalla cultura totemica alla cultura megalitica) il progressivo affermarsi della funzione epigenetica del reale (su basi magico-simboliche) e del pensiero fonemico ( per scopi rituali) nella organizzazione sociale e nella produzione culturale delle comunità umane imprime una svolta epocale alla evoluzione delle produzioni culturali e delle organizzazioni sociali successive. Durante questo periodo si assiste da un lato ad una radicalizzazione dell’affrancamento delle comunità dalla primordiale identificazione con la Natura, a vantaggio di una sempre più incisiva competizione con le forze della Natura finalizzata alla loro addomesticazione, e dall’altro lato assistiamo ad un progressivo affinamento delle strategie e delle tecniche impiegate per l’approvvigionamento di cibo. La diffusione della coltivazione cerealicola e dell’allevamento di bestiame innesca un processo di diversificazione della organizzazione sociale e di reinterpretazione dei ruoli sociali.

 L’importo di energia psichica (libido) guadagnato con la crescente stabilizzazione del soddisfacimento alimentare viene in parte sottratto all’assolvimento delle esigenze legate alla riproduzione ed utilizzato per funzioni eminentemente sovradattive, in primo luogo per la produzione linguistica e per la elaborazione e la differenziazione della produzione culturale adesso sì protesa verso il pensiero logico-astratto e verso l’uso sociale della parola.

 Da circa 15.000 anni (cultura megalitica) il motivo della rinascita si contestualizza nell’alveo del Logos introducendo una gerarchia semantica del reale secondo cui: la Natura crea ma è solo con il battesimo semantico che il creato viene riconosciuto come reale. La potenza generatrice della Parola (ruah, pneuma, soffio, anima/animus, prana, c’hi) entra così a pieno titolo in aperta competizione con la potenza generatrice della Natura e la tradizione sciamanica passa dalle mani della donna a quelle del maschio, prima Signore degli Animali, poi Signore delle Anime, oggi Signore degli Atomi. Sul piano psicologico questo sovvertimento semantico-culturale dell’ordine naturale si traduce in una reinterpretazione della naturale attitudine femminile all’accoglienza e di quella maschile all’azione, con ricadute drammatiche sul futuro delle donne. La naturale potenza generatrice della donna viene associata alla potenza generatrice della Natura e sottoposta ad una radicale e sistematica operazione di addomesticamento e sottomissione. La tensione psichica tra la radice femminile (anima) e la radice maschile (animus) che alberga in ogni essere umano si trasforma in conflitto psicologico assumendo le sembianze del serpente e il genere maschile si proclama padrone della Donna-Natura consegnandosi alla storia nelle vesti dorate di prigioniero del suo stesso incanto: tramite l’identificazione simbolica capezzolo (seno)= pene e bocca (cavo orale)= vagina, vengono scaricate sulla donna le frustrazioni maschili vissute in rapporto ad un seno materno (La Grande Madre Terra) percepito come non gratificante, minaccioso, mortifero, imprevedibile, esigente.

La bocca che accoglie il capezzolo per la suzione emette anche il suono per la fonazione; il Soffio dello Spirito entra dalla bocca e ingravidando l’intelletto ne esce sotto forma di parola che legittima il mondo; il pene entra nella vagina e ne esce sotto forma di creatura. Il maschio crea il mondo attraverso la bocca. E con l’invidia dell’utero il cerchio si chiude. Il re è nudo: l’oroborus metà bianco (maschile-convesso) e metà nero (femminile-concavo) riunisce l’orolaringe-bocca (vagina) che accoglie la coda (pene) e la coda che penetra la bocca, generando al proprio interno (Utero-Logos) il frutto dell’incanto maschile. Uno è tutto, Tutto è Uno, donne a parte.

 Cosa ne sarà di questo incanto adesso che le abili mani della scienza concepita al maschile penetrano l’utero femminile con gli strumenti salvifici della inseminazione artificiale?

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