Decifrato il disco del cielo di Nebra

Fonte:www.tanogabo.it

Un gruppo di scienziati tedeschi afferma di avere decifrato il significato di una delle scoperte archeologiche più spettacolari degli anni recenti: il disco di Nebra era usato come un avanzato orologio astronomico.

Lo scopo del disco di 3,600 anni or sono, che generò grande clamore quando fu portato all’attenzione del pubblico tedesco nel 2002, non sarà più oggetto di speculazioni.

Un gruppo di studiosi tedeschi ha scoperto evidenze che suggeriscono che il disco fosse usato come complesso orologio astrologico per l’armonizzazione del calendario lunare e di quello solare.

A differenza del calendario solare, che indica la posizione della terra mentre essa gira attorno al sole, il calendario lunare si basa sulle fasi della luna. L’anno lunare è di 11 giorni più breve dell’anno solare poiché i 12 mesi sinodici, ossia i 12 ritorni della luna ad una nuova fase, richiedono solo 354 giorni.

Il disco solare di Nebra era usato per determinare se e quando un tredicesimo mese – il cosiddetto mese intercalare – dovesse essere aggiunto all’anno lunare per mantenere il calendario lunare allineato alle stagioni.

“Il funzionamento di questo orologio era probabilmente noto ad un’elite molto ristretta” spiega l’archeologo Harold Mellar.

Il disco di bronzo di 32 cm di diametro, con applicazioni di lamina d’oro a rappresentare il sole, la luna, e le stelle è la rappresentazione più antica del cosmo conosciuta ad oggi. Un gruppo di sette punti era stato già in precedenza interpretato come la costellazione delle Pleiadi come appariva 3,600 anni or sono. La spiegazione del proposito del disco getta ora nuova luce sulle conoscenze e capacità astronomiche dei popoli dell’Età del Bronzo, che usavano una combinazione di calendari solare e lunare come importanti indicatori per le stagioni agricole ed il passare del tempo.

“Quel che più sorprende è che i popoli dell’Età del Bronzo riuscirono ad armonizzare l’anno solare quello lunare. Non li avremmo mai creduti capaci di tanto” ha aggiunto Mellar.

Secondo l’astronomo Wolfhard Schossler della Università della Ruhr di Bochum, gli osservatori del cielo dell’Età del Bronzo conoscevano quel che i Babilonesi avrebbero descritto solo 1,000 anni più tardi.

“Se si trattasse di una scoperta locale, o se invece la conoscenza provenisse da lontano, non è ancora chiaro” ha aggiunto.

Dal momento della scoperta del disco, archeologi ed astronomi sono stati incuriositi dalla forma della luna come appare sul disco.

“Volevo spiegare la dimensione di quella luna crescente sul disco del cielo, perché non è una nuova fase della luna” ha dichiarato l’astronomo di Amburgo Ralph Hansen.

Nel suo tentativo di spiegare perché gli astronomi di Nebra crearono una mappa del cielo con una luna vecchia di quattro o cinque giorni, Hansen ha consultato la collezione di documenti babilonesi “Mul-Alpin” risalente ad un periodo compreso tra VII e VI secolo a.C.,

Queste scritture cuneiformi rappresentano, secondo Hansen, un compendio di “conoscenze astronomiche dei primi tempi”. Contengono inoltre una regola per il calcolo della luna crescente che sembra sorprendentemente simile a quello di Nebra.

Secondo l’antica regola babilonese, solo un tredicesimo mese doveva essere aggiunto al calendario lunare e sola quando si vedeva la costellazione delle Pleiadi e la luna esattamente per come appaiono sul disco.

Gli astronomi dell’età del Bronzo non avrebbero tenuto l’orologio di Nebra contro il cielo per osservare la posizione degli astri. Il mese intercalare era inserito quando vedevano che il cielo corrispondeva alla mappa sul disco che tenevano tra le mani. Ciò accadeva ogni due o tre anni.

Ma gli archeologi tedeschi hanno scoperto anche che nei 400 anni in cui il disco fu in uso, le cose cambiarono. Le perforazioni sul bordo dell’oggetto, come anche una nave aggiunta in seguito sulla mappa, suggeriscono che la conoscenza della mancanza di giorni dal calendario lunare fu persa con il passare del tempo.

“Ciò significa che alla fine il disco divenne un oggetto di culto” ha dichiarato Meller.

Fonte: http://www.laportadeltempo.com

Il Disco di Nebra, il recente straordinario e ritrovamento del reperto archeologico è avvenuto vicino al villaggio di Nebra situato presso Mittelberg, una collinetta coperta della foresta di Ziegelroda alta circa 250 mt, a 50 km ad ovest di Lipsia, nella Germania Est. Nello stesso sito sono state ritrovate anche delle spade stile miceneo.

Il disco di Nebra è un artefatto circolare in bronzo e oro datato circa 1600 a.C. circa, con un diametro di circa 32 cm. con raffigurati sole, luna e stelle tra le quali si distinguono le sette Pleiadi (attualmente visibili appena sei). Il disco di Nebra fino a questo momento è la più antica rappresentazione astronomica in assoluto.

Questo ritrovamento archeologico sembra di sicura manifattura locale poichè il rame ha caratteristiche minerali isotopiche della zona stessa del ritrovamento e sembra corroborare gli stretti legami, evidenziati nel libro “Omero nel Baltico” di Felice Vinci, tra l’Europa centro-settentrionale e il mondo omerico.

Il disco è il perfetto pendant dei versi del XVIII libro dell’Iliade in cui Omero illustra le decorazioni astronomiche fatte dal dio fabbro Efesto sullostrato in bronzo posto al centro dello scudo di Achille: “Vi fece la terra, il cielo e il mare, l’infaticabile sole e la luna piena, e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, le Pleiadi, le Iadi, la forza d’Orione”.

I reperti di Nebra insomma mostrano lo stretto rapporto, per così dire “triangolare”, che, attraverso l’archeologia, si può stabilire tra il mondo nordico della prima età del bronzo, quello omerico (lo scudo) e quello miceneo (le spade)

L’importante scoperta archeologica è avvenuta in Germania ed è stata resa pubblica solo recentemente. Ce ne siamo occupati superficialmente qualche numero fa parlando del sito sacro agli antichi germani Exterstaine. Ora lo faremo con maggiore approfondimento, essendo questa scoperta di fondamentale importanza per la comprensione della scienza dell’Uomo del Neolitico. Si tratta di Goseck, il più antico sito preistorico conosciuto con evidenti relazioni astronomiche, un luogo in cui gli uomini che, ancor oggi sono definiti “primitivi”, osservavano i movimenti del Sole, i cicli lunari e il moto delle costellazioni. Ciò avveniva circa 7.000 anni fa, ben 2.000 anni prima della realizzazione di Stonehenge. L’archeologo che coordina il team di ricerca dell’Università di Halle-Wittemberg è fermamente convinto che Goseck rappresenti, oltre che un punto di osservazione astronomica, uno dei siti sacri più antichi e importanti del Centro Europa. Il sito di Goseck tratteggia dunque, semmai ve ne fosse bisogno, una nuova immagine dell’uomo del Neolitico, rivolto alla conoscenza del proprio habitat, ma anche proiettato verso l’osservazione del cielo in cerca, forse, delle risposte ai grandi misteri della sua esistenza.

Una scoperta inaspettata

Come si è giunti alla scoperta dell’importante sito di Goseck? L’archeologo Francois Bertemes, responsabile del progetto Goseck, ci ha raccontato le circostanze che hanno portato alla scoperta del sito. È stato il caso, come molte altre volte nella storia dell’archeologia, ad averne permesso il ritrovamento. Un piccolo aereo da turismo, sorvolando la zona, segnalò di aver individuato nei pressi della cittadina di Goseck una sorta di impronta circolare nel terreno, con quelle che sembravano essere tre porte di accesso. I primi scavi cominciarono nel 2002 e subito ci si accorse subito della sua importanza, in quanto la sua funzione fu presto evidente: si trattava di un osservatorio stellare. Il sito preistorico, paragonato ai circa duecento luoghi simili sparsi in Europa, possiede una particolarità: le vie di accesso all’interno della struttura sono tre, disposte, rispettivamente, a sud-est, sud-ovest e a nord, mentre normalmente, in siti similari, risultano essere quattro. Goseck era costituito da una serie di anelli concentrici realizzati con pali di legno dell’altezza di un uomo. Le stesse entrate e gli anelli si stringevano progressivamente fino al centro, in una sorta di percorso a imbuto, indicando forse che solo pochi uomini avevano accesso al cerchio centrale, al luogo sacro. Secondo Wolfhard Schlosser, uno dei massimi esperti di archeo astronomia in Germania, questa particolare conformazione costituisce il primo esempio di osservatorio astronomico preistorico. Il circolo ha un diametro di settantacinque metri e originariamente era composto da quattro cerchi concentrici, una collinetta, un fossato e due palizzate di legno con tre porte di accesso. Secondo l’archeoastronomo, l’entrata meridionale punta il sorgere e il tramontare del Sole nel solstizio d’estate e d’inverno, mettendo i primi europei in condizione di determinare con accuratezza il percorso del Sole attraverso il cielo. Schlosser è convinto che il sito fosse stato eretto per l’osservazione dei fenomeni astronomici come il movimento del Sole, della Luna e delle stelle, e quindi per tracciare il corso del tempo. Per la datazione del sito il team di archeologi tedeschi si è basato sullo stile di alcuni frammenti di vasi rinvenuti al suo interno, risalenti 4900 a.C. ca. Gli scavi effettuati nei pressi hanno messo in luce resti di abitazioni in legno e argilla con rimanenze di granaglie e evidenze di addomesticamento di animali. Si trattava, probabilmente, di un popolo stanziale dedito all’agricoltura e all’allevamento del bestiame e che occupò il luogo 500 anni di erigere l’osservatorio di Goseck.

L’intervista a Bertemes

Si tratta, lo ripetiamo, di una grande scoperta: un popolo del Neolitico misurò per millenni i movimenti del Sole e della Luna e la posizione delle costellazioni, con estrema precisione. Goseck, però, non è solo una “costruzione calendario” ha spiegato Schlosser, “ma è chiaramente un edificio sacro”. Gli archeologi hanno trovato numerose prove che testimoniano che Gosek fosse un luogo in cui venivano svolte cerimonie di culto. La disposizione delle ossa umane, per esempio, è tipica dei siti sepolcrali, e segni indicativi presenti su di esse suggeriscono che fossero esercitati sacrifici umani. Bertemes ha dichiarato che non è strano che gli osservatori astronomici fungessero anche come luoghi di venerazione, centri di vita sociale e religiosa e, allo stesso tempo, fossero di importanza vitale in una società dominata dai mutamenti stagionali. Riportiamo di seguito un estratto dell’intervista che Bertemes ci ha rilasciato:

F.G.: Quale fu il popolo che costruì questo sito?

F.B.: Di certo un popolo appartenente alla cultura danubiana neolitica, proveniente dai Carpazi, loro luogo di origine. Questa popolazione si sparse in tutta Europa, fino ai Paesi Bassi e nell’Ucraina.

F.G.: Cosa rappresentava Goseck per queste popolazioni?

F.B.: Era un luogo di culto e di osservazione astronomica. Conoscere l’altalenarsi delle stagioni era di importanza vitale per comprendere i momenti in cui seminare. Tutta la vita era regolata sul ritmo delle stagioni. Avere dei riferimenti astronomici che permettessero di stabilire con esattezza il momento di inizio delle stagioni costituiva un grande vantaggio.

F.G.: In questo luogo di culto esisteva, a suo avviso, una classe sacerdotale? F.B.: Finora non abbiamo avuto nessuna evidenza archeologica circa la possibilità che vi fosse una classe sacerdotale. Tenga presente che queste evidenze le riscontriamo solo dopo il terzo millennio a.C. Goseck è ancora in piena fase di studio, ma escluderei questa possibilità.

F.G.: Quali metodi sono stati utilizzati per datare il sito?

F.B.: Abbiamo utilizzato il metodo di comparazione stilistica e tuttora sono in corso degli esami con il carbonio 14. Presto avremo i risultati, ma già oggi siamo ragionevolmente certi della sua datazione.

F.G.: Mi ha detto di aver rinvenuto, all’interno del sito, resti di ossa umane. Nel cerchio di Goseck venivano effettuati sacrifici rituali?

F.B.: Sì, è esatto. Abbiamo trovato resti umani e la loro disposizione ci fa credere che si effettuassero riti sacrificali importanti per la vita sociale, economica e religiosa di queste popolazioni. E d’altra parte il ritrovamento di questi resti all’interno di quello che è chiaramente un sito di osservazione astronomica, ci porta a pensare che quest’attività fosse mitologicamente e religiosamente collegata ai fenomeni astronomici.

F.G.: La maggior parte dei siti astronomici preistorici avevano quattro entrate mentre Goseck ne presenta tre. Qual è la sua opinione?

F.B.: Finora non abbiamo una risposta precisa. Normalmente le quattro o più porte identificavano la connessione con i due solstizi d’estate e d’inverno, o delle complesse relazioni con le stelle. A Goseck sembra che solo il solstizio d’inverno rivesta un’importanza rituale.

Il Disco di Nebra

Quindi Goseck assume fondamentale importanza per le sue relazioni con l’osservazione del cielo in epoca molto antica. Ciò va a formare un quadro completo e molto intrigante della scienza dell’Uomo Neolitico, in quanto la scoperta di questo sito va ad aggiungersi (e può spiegare) a quanto rinvenuto alcuni anni fa, un prezioso reperto, un disco “astronomico”, chiamato Disco di Nebra. Un disco metallico ritrovato nel 1999 da “cercatori di tesori” insieme a una spada e altri arnesi. Successivamente, nel 2003, il disco fu oggetto di contrattazioni nel mercato dei ricettatori archeologici ed è grazie all’intervento dell’archeologo tedesco, Harald Meller, che il Museo di Halle è potuto entrarne in possesso (cfr. HERA n° 28 pag. 12). Il reperto in questione è un disco bronzeo di circa 32 centimetri di diametro, in cui sono presenti inserzioni e raffigurazioni in oro. Il prezioso oggetto è stato datato intorno al 1600 a.C. L’eccezionalità del reperto consiste, a detta di molti studiosi, nell’essere la più antica mappa esistente del cielo. Sul disco, infatti, sono presenti, un cerchio grande, una porzione di cerchio, tre archi e 23 cerchi più piccoli sparsi, più altri sette disposti in maniera ravvicinata. Lo studio del disco ha individuato in queste incisioni la rappresentazione del Sole (il cerchio grande), della Luna crescente (la porzione di cerchio), di 23 stelle (i cerchi più piccoli) e la raffigurazione della costellazione delle Pleiadi (il gruppo di sette). I due archi, quello alla destra e alla sinistra del disco sono stati interpretati come la porzione di orizzonte in cui il Sole sorge. Il terzo arco raffigurerebbe invece una barca solare che solca le acque celesti: la barca che trasporta il Sole da ovest ad est. L’immagine della barca solare è una costante nella visione cosmogonica di alcuni popoli, in special modo, della cultura egizia, ma ne riparleremo più avanti.

La validità di queste considerazioni induce a pensare che il disco rappresenti l’esatta visione frontale di un individuo che si trovi in un preciso luogo d’osservazione del cielo, un osservatore che possa confrontare il disco, come si farebbe con una mappa, con la volta celeste di fronte a sè. L’interessante particolarità che unisce le due scoperte, il sito di Goseck e il disco astronomico, consiste nel fatto che Goseck dista appena 25 chilometri da Nebra, venendosi a costituire un ideale ponte, una diretta connessione tra un sito per l’osservazione astronomica e la relativa carta del cielo, in cui un popolo stanziale, annotava i risultati delle sue scoperte cosmiche nel corso di migliaia di anni.

Il disco di Nebra, ha subito numerose analisi per stabilirne l’autenticità, in quanto la raffigurazione incisa, che mostra la costellazione delle Pleiadi, aveva generato numerosi dubbi nella comunità scientifica.

Le due scoperte focalizzano un’antica visione cosmo-mitologica del mondo delle civiltà europee dell’Età del Bronzo. Il disco di Nebra, a prima vista, sembra essere un oggetto rituale, ma gli studi di archeoastronomia in corso rivelano una profonda conoscenza del cielo, evidenziando come forse il disco sia stato un utensile in grado di “registrare” le osservazione stellari di Goseck o di altri siti simili.

L’immagine che abbiamo dei popoli del Nord Europa nell’Età del Bronzo, è quella di “barbari” distanti anni luce dalle sofisticate civiltà di Grecia ed Egitto. Nel Nord Europa non vi erano grandi città, non vi erano forme di scrittura e nessun segnale di studi filosofici. Tutto ciò è ora da riconsiderare proprio in seguito al ritrovamento del disco di Nebra. Ma, come spesso accade per i reperti che mettono in discussione teorie consolidate, la comunità scientifica ha considerato l’oggetto un falso, uno scherzo. L’archeologo Harald Meller che ci ha confidato di considerare il Disco di Nebra come la più grande scoperta della sua vita, nonostante lo scetticismo iniziale di molti suoi colleghi. La conferma dell’autenticità dell’importante reperto è venuta solo in seguito alle immediate analisi archeometallurgiche. E’ stato il dottor Heinrich Wunderlich che ha potuto analizzare lo stato di corrosione dell’oggetto. La patina di corrosione di un oggetto archeologico di dubbia provenienza può essere il frutto di particolari tecniche di falsificazione. È importante effettuare una profonda analisi della struttura corrosiva atta a stabilire il suo tipo di cristallizzazione. Fu così riscontrato che la struttura chimica dei cristalli presentava la tipica formazione a grandi bolle, propria di una corrosione non artificiosa. Ciò eliminava ogni possibile ipotesi di contraffazione ma non precisava la data storica per la sua realizzazione. Ciò è stato raggiunto grazie agli oggetti rinvenuti insieme al disco: due spade. Usando il metodo di datazione associativa furono presi in esame gli oggetti e paragonati stilisticamente ad altri di nota datazione, grazie a materiale sottoposto al C-14. Il risultato stabilì una data intorno al 1600 a.C., una conclusione stupefacente, se si considera il tipo di cultura e di civilizzazione che si è sempre pensato occupasse quei luoghi a quel tempo.

E’ certamente europeo!

Come si è giunti però a identificare nel disco di Nebra la ricostruzione di una mappa stellare? Lo abbiamo chiesto al Professor Wolfhard Schlosser, uno dei più famosi archeoastronomi tedeschi, che ci ha messo a conoscenza degli studi effettuati sul reperto. Schlosser ci ha spiegato che la sua prima impressione, quando gli sottoposero il reperto, fu proprio quella di trovarsi di fronte a una mappa celeste. Il problema era comprendere se si trattasse di una raffigurazione fantasiosa oppure se le incisioni rappresentassero una reale e precisa collocazione degli astri nel cielo. In questo caso, quando il cielo si presentava in quel modo e soprattutto da dove? Il professore tedesco ha individuato, immediatamente e senza alcun dubbio, le sette inserzioni dorate come la raffigurazione delle Pleiadi. Queste stelle erano ben conosciute dai popoli antichi, sia in Grecia, che in Mesopotamia, che in Russia. La costellazione delle Pleiadi si compone di undici stelle, ma nell’epoca in cui non vi erano i nostri potenti telescopi, ad occhio nudo, era possibile vederne solo sette, le stesse raffigurate nel disco di Nebra. Schlosser fu giustamente colpito da questa scoperta, in quanto la raffigurazione delle Pleiadi era sì conosciuta in Egitto o in Mesopotamia a quell’epoca, ma non certamente in Europa centrale o in Germania. Mappare le stelle, raffigurarle e identificarle è sempre stata una sorta di “ossessione” nella storia dell’umanità, ma nessuno può dire chi e quando si cominciò a comprenderne il movimento. Di certo si sa che in Egitto e in Mesopotamia venivano associavate le stelle a figure di animali e che la prima immagine realistica di costellazioni la si ritrova in Egitto intorno al 1400 a.C. Come è possibile quindi che sul disco di Nebra risalente al 1600 a.C. circa vi sia una così chiara raffigurazione e disposizione di queste stelle?

Come ha affermato Meller, il disco di Nebra è la prima reale, concreta rappresentazione astronomica nella storia dell’umanità. Ci chiediamo quindi: è possibile che in questa parte dell’oscura Europa vi fossero uomini in grado di sviluppare una conoscenza astronomica più avanzata della civiltà egizia? Il disco presenta oltre alle stelle anche il Sole e la Luna. In basso, vicino al bordo è possibile vedere quella che sembra una barca: la barca solare. Per lo studio di questa figura, Harald Meller ha contattato il dottor Flemming Kaul del Museo Nazionale della Danimarca, che possiede la collezione più completa di antiche immagini di barche incise sulle rocce di tutto il nord Europa. Le immagini mostrano una linea curva, spesso circondata da rematori. Non si tratta di raffigurazioni di barche associate a culti religiosi, mentre quella del disco di Nebra sembra “accompagnare” il viaggio del Sole verso il mondo nascosto. Kaul, in base alla sua esperienza, ha affermato che la barca incisa sul disco sia proprio una barca solare. La rappresentazione di una barca quale “traghetto” per il Sole è una delle immagini più forti presenti in molte civiltà antiche e ha origine non in Europa, ma in Egitto. Gli antichi egizi credevano che la potente divinità del Sole, il dio Ra (cfr. articolo di pagina 20), viaggiasse nel cielo notturno a bordo di una nave, potendo così ritornare e rinascere all’alba successiva. Com’è possibile, quindi, ritrovare questa stessa idea nel disco di Nebra? Gli archeologi si trovano così di fronte a due “anomalie”: la prima costituita dalla raffigurazione delle Pleiadi, la seconda da un simbolo che richiama fortemente la cultura egizia. È possibile che il disco di Nebra non sia Europeo? Oppure c’è dell’altro?

E’ l’esperienza archeoastronomica del professor Schlosser a chiarire i nostri dubbi. Misurando l’angolo di ampiezza del semicerchio posto sul bordo del disco, Schlosser nota che corrisponde a 82 gradi, “una misura molto precisa”, specifica. Questa misura ricorda le conoscenze degli antichi, i quali costruivano i loro monumenti allineandoli con i solstizi d’estate e d’inverno, quando il Sole compie un movimento con un angolo di 80 gradi attraverso l’orizzonte. Ma questo preciso angolo varia da luogo a luogo: dai 90 gradi del nord ai 70 del sud. Solo in una piccola fascia del centro Europa l’angolo misura 82 gradi esatti. Il professor Schlosser decide quindi di recarsi a Nebra, nel luogo del ritrovamento del reperto. Lì, a Nebra entrambi i solstizi presentano un angolo esatto di 82 gradi! Potrebbe però essere una coincidenza, afferma Schlosser. Bisogna approfondire gli studi ed è quello che ha fatto Harald Meller del Museo di Halle, chiedendo la consulenza del Professor Ernst Pernicka, dell’Università di Tubinga, specialista di antichi metalli. Pernicka doveva stabilire, con esatta scientificità, la provenienza del metallo che compone il disco di Nebra. Per farlo aveva bisogno di confrontare il disco con un metallo proveniente dalle antiche miniere delle Alpi austriache. Il disco di Nebra è in bronzo ma contiene parti in rame; quest’ultimo presenta la caratteristica di possedere isotopi che sottoposti alle analisi con lo spettrometro di massa consentono di stabilire, attraverso il loro indice di radioattività, il luogo di provenienza. Comparando un campione prelevato dal disco di Nebra con il rame proveniente dalle miniere del Mediterraneo è stato possibile, così, provare scientificamente che la provenienza è senza dubbio dal cuore dell’Europa: dalla Germania. Era la prova che ci si aspettava, il risultato scientifico che determinava una volta per tutte che le popolazioni europee dell’Età del Bronzo possedevano davvero sofisticate capacità astronomiche, come in Egitto.

Una Bibbia portatile

Si pone ora un’ultima domanda: che significato poteva avere il disco di Nebra per quel popolo? Vi erano aspetti religiosi legati al disco? E’ l’analisi delle immagini presenti sul disco che può offrire la risposta.

Il Sole era un asterismo molto importante nella religione dei Nordeuropei dell’Età del Bronzo; è chiara la connessione tra il Sole e la vita. Se il Sole scompare anche la vita muore. La seconda figura è la Luna crescente. La Luna nelle culture germaniche era simbolo del passaggio del tempo. Il tempo era qualcosa di inesplicabile anticamente e se qualcuno poteva comprenderlo e controllarlo aveva in mano il potere. Abbiamo poi il semicerchio che funge da orizzonte e che stabilisce i solstizi sacri nell’Europa centrale. Sotto queste figure provenienti dalla cultura del Nord e Centro Europa osserviamo la figura della barca solare. In ultimo abbiamo le stelle e, più importanti, il gruppo delle sette sorelle: le Pleiadi. Questa costellazione ebbe una notevole rilevanza nell’antichità, in quanto la loro visibilità in marzo e in ottobre, segnava due date di grande valore per la vita agricola. Esiodo conferma nelle sue opere questa importanza: “Quando le Pleiadi sorgono, figlie di Atlante, la mietitura incomincia; l’aratura al loro tramonto; esse infatti quaranta notti e quaranta giorni stanno nascoste, poi, volgendosi l’anno, appaion dapprima quando è il momento di affilare gli arnesi.”. Il Sole, la Luna, la barca solare, le Pleiadi e i solstizi: cinque grandi concetti connessi alle tematiche religiose di questo popolo, stanziato nel cuore dell’Europa. Ritrovarli collegati insieme in un unico oggetto, il disco di Nebra, rappresenta realmente una grande scoperta. La professoressa Miranda Aldhouse Green, esperta in religioni dell’Età del Bronzo, ha paragonato il disco di Nebra ai testi biblici, all’Antico Testamento, nel senso che questo disco rende visibili concetti e messaggi sacri come quelli rintracciabili nella Bibbia. Secondo la Aldhouse Green l’uomo Europeo dell’Età del Bronzo è stato in grado di inserire tutte le sue credenze religiose in un unico oggetto “portatile.

Ricapitolando, il sito di Goseck risale quasi al 5000 a.C. e, anche se in corso di studio, può essere considerato il più antico osservatorio astronomico d’Europa; in questo luogo una popolazione stanziale osservò il cielo per millenni, seguendo e rilevando i movimenti delle stelle. Il disco di Nebra rappresenta la summa delle loro credenze, delle loro osservazioni, del loro modo di vedere il mondo”.



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