"Se si ascolta l'instante, si annulla l'ego. Allora ci sentiamo trascinati al centro del suono e dentro le sue origini."
 (da: Randall Mc Clellan, "Musica per guarire", Muzzio editore)
Fonte: www.mutamenti.ch

Randall Mc Clellan, musicoterapeuta attento e ben noto, fa quest’affermazione che condivido in pieno. A questo concetto io aggiungo poi che: immergersi profondamente nel suono per gustarne il sapore, significa vivere in cosciente pienezza il teorizzato concetto del qui e ora. Detto questo però mi chiedo: com’è possibile immergersi nel suono, godendo appieno dell’effetto benefico di questi caldi bagni sulfurei, se prima non ci spogliamo dei nostri indumenti? Oppure: come si può accogliere un impetuoso crescendo rossiniano o gustare la finezza di un pianissimo verdiano, se nelle nostre orecchie perdura l’eco disturbo cacofonico di un autobus stracolmo.
L’unica possibilità per immergersi nel suono è fare spazio. Epurare orecchie e cuore da tutto ciò che è accessorio; inerte, ampolloso, o paludato da insegne posticce. La parola magica è: duttilità! Diventare duttili, nell’accezione linguistica del suo preciso significato. Malleabili, plasmabili. Mutabili nella forma ma non nella sostanza, anche modificando i propri confini residenziali.
Solo quando si è totalmente duttili ci si può lasciare invadere da un suono forte e intenso senza reagire con violenza, irritarsi, ritrarsi o fuggire. Solo quando si è totalmente abbandonati e disponibili all’ascolto si potranno percepire e gustare i lievi palpiti di un debole suono.
Allora essere duttili potrebbe anche significare essere disponibili a lasciarsi condurre senza la paura di perdere la strada del ritorno, perché consci di sentirsi profondamente radicati nel proprio centro.

Così ancorati e aderenti al proprio Sé, da concederci ogni tipo di esplorazione; anche quella che fisicamente a prima vista sembra impossibile. Senza rifiutarla a priori per paura che l’onda d’urto possa in qualche modo farci vacillare.
Duttilità significa vivere immersi nel costante moto ondulatorio, senza essere travolti dai marosi. Adattarsi morbidamente a ogni situazione, affinché sia la corrente a tracciare la rotta. Ma essere duttili è anche sfogare la rabbia, elaborandola in altre possibili mansioni. Ciò detto, mi rivolgo ai parametri che regolano l’intensità sonora – il forte e il piano – per esporre un altro concetto. Secondo i dettami dell’acustica, il suono forte si ottiene con una potente spinta, mentre il suono piano si ottiene con una debole spinta. Questo è un dato di fatto oggettivo che, se viene analizzato da un diverso angolo prospettico, offre alcuni spunti di riflessione.

Parlando di un suono di debole intensità, mi accorgo che nella simbologia comune il vocabolo deboles spesso rappresenta qualcosa che ha poca forza; qualcosa d’ insano. Questo è vero solo in parte perchè, consultando il dizionario dei sinonimi, trovo scritto che: debole significa anche delicato e lieve. Inoltre, modificando il senso del concetto, il debole può considerarsi la condizione primaria per creare lo spazio necessario a ospitare la forza.
Come nel principio dello Yin e dello Yang, in cui l’avvicendarsi della propulsione e del riposo assume la stessa valenza; in virtù del fatto che nulla si può essere riempito se prima non viene svuotato, come nulla può sorgere ancora, se prima non tramonta. Certo, percepire un suono forte è più facile e immediato che percepire un suono debole, ma non è detto che ciò sia sempre aderente alla essenza del concetto.

“Sono i palpiti lievi del cuore, quelli che più si avvicinano alla verità, ma che al tempo stesso possono essere percepiti solo quando si acquieta il vorticoso turbinio della mente” scrive Anodea Judith (da “Il libro dei Chakra”, Neri Pozza editore). Ecco che ritorna il concetto del fare spazio per creare un alveo accogliente e degno.
Quando un suono o un messaggio raggiungono il nostro orecchio con debole intensità, come un tenue diafano palpito, così lieve da rischiare di non essere percepito, siamo certi che sia proprio il nostro orecchio a non percepirlo o piuttosto la nostra censura a sopprimerne la ricezione, affinché lo stimolo non giunga al cervello? Siamo consci delle nostre debolezze, anche quando queste sono rinnegate e giacciono mute in un angolo buio. Messe sotto chiave per paura che possano rivelare scomode verità o private della necessaria attenzione per il semplice fatto che potrebbero suonare scomode?
E’ solo quando noi abbattiamo le nostre resistenze e ci abbandoniamo all’ascolto religioso che siamo in grado di assaporare la struggente bellezza d’un canto soave: quello dell’intimo profondo, che canta la nostra canzone. Quell’arcana melodia, mai dimentica, che alberga in noi perché è parte di noi. Diversamente, se fuggiamo distanti o blindiamo i nostri sensori opponendo resistenza, il risultato sarà quello di una autentica mutilazione. La privazione di un vissuto: un invito rifiutato a priori.

Prendere coscienza, significa essere consapevoli che non si può vivere costantemente infagottati per paura di contrarre un raffreddore. Come pure non si possono spendere migliaia di Euro per comprare una Ferrari ma viaggiare sempre in prima per paura di perderne il controllo. Solo nella consapevolezza che nessuno di noi può sfuggire alle regole del principio di causa effetto l’individuo trova il suo punto di equilibrio: quello che gli procura il perpetuo benessere, perchè egli stesso è l’artefice del nuovo che avanza.

Armando Giovanni Valsania
(Diplomato in composizione corale, direzione d’orchestra e canto lirico. Ha conseguito una specializzazione i musicoterapia presso la Bristol University. Ha uno studio a Torino dove applica un suo metodo terapeutico che unisce l’applicazione dei suoni, dei colori, delle essenzie e dei cristalli).

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