Alimentazione – wwf, il 30% dell’inquinamento arriva dalla produzione di cibo

La ricerca considera anche la deforestazione per allevamenti e colture

L’inquinamento non è prodotto solo da automobili e ciminiere, ma anche da pasta, bistecche e bignè. Quasi un terzo delle emissioni di Co2 dipendono infatti dalla produzione di tutto ciò che finisce sulla tavola. È il risultato di uno studio condotto in Gran Bretagna dal Wwf insieme al Food Climate Research Network, secondo il quale il 30% della cosiddetta “impronta nazionale” britannica di CO2 è il frutto della produzione alimentare. La ricerca rivede al rialzo la stima precedente, che si fermava al 20%, perché prende in considerazione per la prima volta un fattore di incidenza non previsto in precedenza, ovvero il cambiamento d’uso del suolo per la produzione alimentare anche al di fuori del territorio nazionale.

Una delle maggiori cause di emissioni di gas serra è infatti la deforestazione: ogni anno si perde nel mondo un’area di foresta equivalente a mezza Inghilterra, oltre 120.000 chilometri quadrati, e la causa principale di questa perdita è proprio l’espansione del sistema produttivo alimentare, per la produzione di raccolti e l’allevamento di animali. 

Secondo il Wwf, se l’industria alimentare deve fare la sua parte nel contenere l’aumento delle temperature medie globali al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto al periodo pre-industriale, le emissioni del settore devono essere tagliate almeno del 70% entro il 2050 e non basta una singola soluzione per una riduzione di queste proporzioni.

«L’impatto globale della nostra dieta sui cambiamenti climatici – spiega Mark Discroll, responsabile del programma One Planet Food del Wwf Uk – è davvero impressionante, il Report lo dimostra. Sembra che il target di taglio delle emissioni del 70% entro il 2050 sia un obiettivo apparentemente impossibile, ma non è così. Dobbiamo smettere di rimuginare su questi temi e avviare il cambiamento – sia in termini di tecnologie sia di abitudini individuali e collettive».

La ricetta, spiegano gli ambientalisti, è semplice: la prima regola è consumare i prodotti che vengono realizzati poco distante e che quindi non devono essere fatti arrivare da lontano, con un rilevante inquinamento legato al trasporto; la seconda è consumare solo ciò che ha poco imballo. Insomma evitare quei prodotti monodose, in cui il peso della plastica supera spesso quell’alimento stesso. Per aiutare i consumatori il Wwf ha messo a disposizione sul proprio sito internet un “carrello della spesa virtuale”, realizzato insieme all’università della Tuscia e la seconda università di Napoli, per misurare quanto le nostre scelte quotidiane nei mercati e nei supermercati siano responsabili di emissioni di gas a effetto serra e quindi dei cambiamenti del clima.

In Italia secondo i più recenti studi delle equipe del professor Riccardo Valentini dell’università della Tuscia e della professoressa Simona Castaldi, della seconda università di Napoli, il peso in CO2 equivalente della produzione di alimenti è pari al 19% delle emissioni totali di gas serra su scala nazionale, ovvero 104 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Di queste, oltre il 45% è causato dalla fase di produzione agricola, il 19% dai trasporti associati alle merci agricole, il 18% dagli allevamenti (fermentazione enterica e letame) e il 13% dal packaging. Di minore entità la trasformazione industriale, con una percentuale del 5%. Per quanto riguarda le emissioni del consumatore, si può quindi stimare che il cittadino italiano per le sue necessità alimentari emetta circa 1.778 chilogrammi di CO2 equivalente ogni anno, mentre complessivamente ogni italiano emette annualmente 9453 kg CO2 equivalente.

Fonte: http://www.koimano.com

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